Diario di viaggio

Gennaio 2011 - Il primo viaggio in Togo di Michele Tommasi

Ho iniziato, con una mail, a far partecipi tanti amici di questa mia avventura. Ho raccolto, incredibilmente, manifestazioni di compiacimento anticipato ed ho scoperto quanti, tantissimi, sostengono iniziative a distanza a favore dei più poveri. In molti permettono, con i loro contributi, di consentirci l’acquisto di farmaci (a prezzo agevolato) da portare direttamente ai dispensari di cui vi racconterò più avanti. Tralascio la parte organizzativa, un via vai di incontri, sms, telefonate, mail con tanta agitazione. Ma visto che siamo italiani, alla fine si riesce sempre nell’intento. Vedo il biglietto aereo, ok si parte è certo. A gennaio si lavora ma la mente è spesso in Togo (ma là cosa c’è?). Saranno due settimane di vacanza o di avventura? Scartiamo la vacanza. La squadra è composta di sei persone (di cui tre medici). Mille incontri hanno riguardato la logistica. Il biglietto aereo ci consente di trasportare, oltre al bagaglio a mano con i nostri effetti personali, due valigie ciascuno con il peso di 24 kg l’una (guai a chi parte con la valigia del peso inferiore!). Nella taverna di Nicola sembra di essere nel magazzino di una farmacia: una quantità industriale di antibiotici, siringhe, garze e ogni altro farmaco che qui da noi costa una miseria e per loro risulta un salvavita. Per la cronaca tra i farmaci c’erano anche un paio di salami e un po’ di grana: Nicola ci anticipa infatti che l’ignam (una radice locale che per i residenti funge da pasto quotidiano) non è irresistibile. E in dogana? Ricorda che siamo missionari, nessun problema. Va beh… Qualche decina di chili di caramelle sicuramente non guasterà. Molti di noi hanno portato abbigliamento occhiali e svuotato qualche cassetto di oggetti che per noi risultano ormai vetusti (anche penne, scarpe, ecc.). Suor Rita, già, è lei la padrona di casa, ha fatto una richiesta: ‘l’Amaretto di Saronno’, passi anche questo. Il Biokill, del quale non sapevo nemmeno l’esistenza sarà la costante del viaggio. Nicola (che in Togo ci va da dieci anni) dice che se lo spruzzi nella tua stanza la sera al tuo risveglio trovi tanti animaletti che hanno salutato la loro esistenza in Togo. Il tour dei vaccini per il nostro viaggio è abbastanza impressionante, ma non succede nulla.

Arrivano i momenti della fibrillazione: la data della partenza si avvicina. Mi accorgo che non so ancora nulla. Anzi sei travolto da mille informazioni per non ricordartene nessuna. I chili: altro incubo. Ognuno di noi deve chiudere le due valigie con tutto quanto possibile si possa stipare all’interno. Suor Ruta non ci permetterebbe di arrivare con meno peso! Tra una pizza e un risotto con il pontel il gruppo è sempre più affiatato. Le informazioni che mi giungono sui posti dove andremo si sommano e confondono con quelle del viaggio vero e proprio. Ok le valigie son chiuse. Passo alle consegne in ufficio, sono sereno, o mi sembro tale! Sono in buone mani, non accadrà nulla. Il mondo (ovvero il mio studio) non crollerà senza di me. Arrivano da donatori dell’ultimo minuto ulteriori farmaci. In Togo non hanno nulla. Ok. Togli questo e dentro ancora siringhe e antibiotici. Già, le siringhe con gli aghi: e in aeroporto? Tranquilli, siamo missionari… boh! Se lo dicono loro! La raccolta di fondi prosegue, amici e parenti sorprendono per la prontezza e presenza d’animo. Sono felice perché so che questi denari arriveranno con le mie mani, direttamente, a destinazione portando in Togo una goccia d’acqua nell’oceano della miseria. Tutti coloro che hanno contribuito, infatti, hanno manifestato il loro apprezzamento proprio per il pensiero che quei denari sarebbero arrivati a destinazione. Entusiasmo, voglia di fare qualche cosa di diverso o di scoprire cosa c’è fuori dalla porta: vedremo! 22.1.2011 aeroporto di Verona, convocazione per le 8,30, mi conosco così bene che prima delle 8 sono in aeroporto e sono il primo. Arrivano tutti. Siamo in sei con dodici valigie immense, sei bagagli a mano e anche qualche pezzo supplementare. Terminate le formalità di rito passiamo al caffé (l’ultimo caffé italiano di buona fattura). Nemmeno il tempo di pagarlo che io e un’altra della spedizione veniamo chiamati dal microfono ad alta voce con preghiera di recarci urgentemente all’uscita n. 3. … azz… Le siringhe Qualche familiare tra i presenti immediatamente di attiva chiamando qualche amico degli amici. Nemmeno il tempo di arrivare all’uscita n. 3 che ci dicono che tutto è regolare (viva la Polaria e i Vigili del Fuoco).

Il volo è già sinonimo di affiatamento. Su quello da Parigi a Lomé siamo già travolti dai ritmi africani. Quei ritmi che non tardano a confermarsi all’arrivo all’aeroporto in Togo. Sottobordo notiamo decine di persone che Ti indicano di salire sui gradini di un vecchio bus per fare cinquanta metri fino all’area degli arrivi. Poi la sfiancante lunga fila per il controllo dei passaporti: due funzionari che con un caldo terrificante fanno lentamente il loro lavoro, mentre altre decine di persone, freneticamente vanno avanti e indietro con passaporti in mano. Gli oltre trenta gradi senza aria condizionata si fanno sentire. Al ritiro bagagli le persone presenti sono almeno un centinaio, otre ai passeggeri intendo. Chiunque può entrare direttamente dall’esterno. Finalmente Suor Rita. I suoi decenni in Africa l’hanno temprata nei ritmi e nella vita quotidiana. Una funzionaria ci evita mille storie e favorisce la nostra uscita. Le valigie ci sono tutte.

Attraversiamo le vie di una poverissima Lomé arrivando alla missione francese che ci ospiterà per la notte. Il posto, le camere e i loro bagni sono decisamente traumatici ma la notte passa e la colazione molto, ma molto leggera, anche. Nei 250 km che percorreremo in 5 ore per arrivare alla missione di Suor Rita, ci fermiamo parecchie volte per comprare un po’ di tutto. L’unica strada asfaltata è colma di crateri. I mezzi di trasporto sono tutti semidistrutti e portano l’inverosimile di persone e di cose; mezzi che in Europa hanno cessato di girare decine di anni fa e che in Togo, mai stanchi, proseguono una nuova e diversa vita. Arriviamo sfiniti dal caldo, dalla fame e dalla stanchezza alla missione di Suor Rita. Le altre suore ci danno il benvenuto e ci accolgono con grande calore. Il pranzo è meraviglioso. Tutti rinati. La missione alleva le galline per le uova, qualche coniglio e qualche anatra. Nell’orto c’è pure l’insalata. Suor Rita ha l’acqua e quindi la vita. Finalmente una doccia, non la vedevamo da due giorni. Poi si svuotano le valigie, una montagna di farmaci raggiunge il dispensario che le suore sistemeranno con precisione e cura. Alle 21 siamo già tutti a letto con il Biokill in posizione. In Togo il buio è veramente buio. Qui non esiste elettricità in tutto il villaggio e ogni attività è legata al sorgere e al calare del sole. Visto che dormo poco tutte le mattine verso le cinque scendo dove le suore sono già attive nella loro preghiera. Poi a messa in una chiesa locale. E’ sempre un arcobaleno di colori. Inizia il tour delle scuole dopo aver confezionato il materiale di cancelleria da regalare. Alcune scuole sono nel villaggio, altre, letteralmente, in mezzo al niente. Alla scuola materna un centinaio di bambini ci stanno attendendo e al nostro arrivo si scatena una festa. Impazziscono nel rivedersi fotografati nel video della digitale. I loro sorrisi sono contagiosi e commoventi. Emozioni forti!!! Due maestre per più di 50 bambini. Nicola pensa bene di fargli intonare il noto tormentone di ‘Italia1’: devastante! Dopo giorni ci siamo ritrovati a transitare nel villaggio con qualche bambino che dopo averci riconosciuto ci urlava, appunto, Italia1. Ci riservano ancora canzoni, balli e tanto affetto.

Nelle scuole studiano la storia, la matematica, la geografica. Una dignità infinita dei loro insegnanti, tutti disponibili a farci entrare in queste poverissime classi con qualche ragazzo, tra i più grandi, che accenna qualche parola in inglese. Ma tutti, ovunque si vada, hanno il sorriso sulle labbra. I segni evidenti dei contributi veronesi alla costruzione in particolare delle scuole, sono evidenti. Il caldo è allucinante. I 38 gradi all’ombra sono la normalità. Nel pomeriggio partiamo per l’ospedale con una buona quantità di farmaci e materiale chirurgico. Chiamarlo ospedale non ha alcun senso. La struttura, composta di poche unità in cemento, è oltre ogni più desolante immaginazione. Dalla strada di accede direttamente al corridoio all’aperto e quindi alle stanze Un via vai di gente, animali e qualche infermiera. Le stanze sono piccole, affollatissime e i letti, rete e materasso, uno a fianco all’altro. La rianimazione è costituita da una stanza normale con una vecchia area condizionata che stenta a rinfrescare. Non esiste il servizio sanitario nazionale: i malati, anche se morenti, o si portano i farmaci o li pagano prima di entrare. Il blocco operatorio è qualche cosa di allucinante,noi stessi entriamo e notiamo strumenti chirurgici in bella vista, sicuramente poco sterilizzati. Si salva solo un laboratorio per le analisi donato da un ente governativo straniero. Mestamente consegniamo tutto il nostro materiale e torniamo alla nostra missione.

Ci rechiamo nei giorni successi da Suor Elisabetta, di origine mantovana 38 anni esile e determinata gestisce una scuola con circa 650 ragazzi. Dormiamo all’interno dell’asilo. I bambini qui arrivano (da soli) verso le 6 del mattino e per noi a quell’ora era riservata una festa incredibile. Il loro calore, affetto, accoglienza non lasciano scampo: commovente. Intonano tutti una canzoncina, un motivetto che ti permette di entrare subito in sintonia con loro. Visitiamo alcuni villaggi dove la costante è sempre quella di trovar bambini sfiniti dalla malaria. Suor Elisabetta oltre ad alcune scuole, ci porta in visita all’orfanotrofio. Prima di arrivare facciamo scorta di 50 kg di riso, un po’ di farmaci e un po’ di caramelle. Ci sono ospiti poco meno di 20 bambini. Suor Elisabetta ci racconto le loro devastanti storie, una peggio dell’altra: ma tutti, dice, stanno lentamente ritrovando la serenità di essere bambini. Giochiamo, cantiamo e trascorriamo il pomeriggio trovando nei loro occhi una felicità che forse è solo nascosta. Una campanella indica che la cena è pronta. I piccoli si prendono una ciotola con il riso e una tazza d’acqua. Qualcuno su una branda, qualcuno per terra e mangiano in silenzio tutto il cibo per poi lavare quella ciotola e la tazza. C’è buio. Addio bimbi. Buona fortuna!

Qualche lacrima e siamo già in strada nel buio pesto africano privo di illuminazione. La prossima destinazione è la missione di padre Manuel, un togolese doc che gestisce un villaggio di 3000 anime con almeno 1000 bambini a 900 metri di altezza. Ride sempre. Lui è stato anche a Sorgà e conosce pure Bogara. Parla e comprende l’italiano. 130 km per arrivarci ed è stato uno dei viaggi più massacranti mai fatti. All’arrivo ci fermano, ci fanno scendere. Un comitato di accoglienza spontaneo tra canti, balli e riti locali ci porta urlante verso la scuola. Strappano i rami delle piante e utilizzano le foglie come petali su di noi. Mi sento imbarazzato. Alla scuola, ove sono tangibili e in corso le opere finanziate padre Manuel ci invita a salire sul bancone del piano terra. Un portavoce locale legge il messaggio di benvenuto e ringraziamento, ricambiamo. Applausi ed entusiasmo. Da stadio. La loro nuova richiesta è quella della realizzazione di tre latrine per il paese. Padre Manuel ha sacrificato un pollo: probabilmente era l’unico che aveva da molti anni in quanto nonostante si sia impegnato in una lunga cottura era ancora durissimo. Per fortuna c’era l’ignam. Consegnati i contributi economici, i farmaci e qualche altro materiale lo lasciamo al suo villaggio. E’ poca cosa ma ce andiamo felici con centinai di bambini che ci accompagnano alle nostre auto. Finalmente arriva la prima birra in un locale pubblico. Di fronte alla missione c’è una sorta di bar a primo piano che al posto della ringhiera ha dei paracarri. Però la birra era fresca. Prima della partenza da Suor Elisabetta abbiamo un’ora di tempo e la utilizziamo per andare a salutare i bimbi dell’orfanotrofio. Dopodichè di nuovo la strada per tornare da Suor Rita che ci ha preparato la piccola lista della spesa di cose da fare.

I giorni di permanente da Suor Rita consentono di vedere la cruda realtà locale. La media di 40-50 persone al giorno arrivano al dispensario. Qualcuno ha una sorta di prescrizione. Altri dichiarano le loro problematiche. Gli antibiotici sono la loro unica speranza di vita. L’indomani partiamo, dopo aver caricato e ancorato sulla jeep un ecografo, alla volta del nuovo dispensario delle suore marianniste. Sono poco più di 200 km di cui gli ultimi 50 di pista. Passano i km e ci chiediamo dopo il nulla se potremo trovare qualche cosa. In effetti qualche cosa lo troviamo: villaggi, scuole in un’area così remota che sembra fuori dal mondo. Qui manca la corrente, anzi vi è per due ore dalle 18 alle 20 grazie ad un generatore a gasolio. Qui, nel prossimo agosto, realizzeremo una centrale a pannelli solari che consentirà di avere la corrente al dispensario delle suore e all’ambulatorio medico per la popolazione. Alla sera a letto alle 8,30. La messa della domenica al villaggio è qualche cosa di incredibile, dura poco meno di due ore in un mix di francese e togolese, il tutto condito da canti, balli e suoni tribali. Al termine tutti ci vogliono stringere la mano. Oltre a Suor Rita, le 6 giovanissime suore togolesi sono a dir poco encomiabili. La loro vita e la loro quotidianità è decisamente volta verso il prossimo: insegnano nelle scuole, si recano in giro per i villaggi vicini ad insegnare rudimenti di educazione civica senza mai avere un minuto di riposo per loro stesse. Hanno tutte al massimo 30 anni e svolgono la loro missione con assoluta dedizione e impegno. Tra di noi la voglia di scherzare, sorridere e mantenere un ottimo umore è costante. Tutte le missioni che abbiamo visitato hanno un luogo comune: sono realizzate in posti remoti, lontani da tutto ma con una presenza abitativa notevole. Nella nuova missione senza corrente abbiamo completato il progetto di base per il posizionamento dei pannelli solari. All’esterno della missione gli operai dormono all’aria aperta: immediatamente il pensiero va alle zanzare e alla malaria. Lungo la strada che ci riporta da Suor Rita lanciamo in corsa le caramelle ai bambini che ci salutano. Una tappa intermedia a Karà nella casa madre di Suor Rita, ci consente un pasto prima di fermarci a conoscere e trovare Don Silvano Galli con una piccola deviazione di 50 km: è un sacerdote di 72 anni che alla domanda se pensa di tornar a casa in qual di Novara, risponde che: considerato che sta bene, di tornare a casa non ci pensa proprio. 50 anni che è in Africa ha sempre svolto la sua missione con i lebbrosi. Ora dice che di quei clienti ne ha ancora pochi ma sono aumentato vertiginosamente quelli nuovi malati di aids. Ci ha preparato crepes con marmellata fatta da lui e un budino (l’abbiamo mangiato ma non abbiamo chiesto da dove potesse arrivare il latte…) Lo lasciamo solo nella sua casetta a fianco della chiesa, ma lui è felice. Abbiamo incontrato bambini che vivono nella miseria più totale, seminudi, con le loro pance grosse e calde piene di vermi per la situazione igienica che purtroppo gli impedisce qualsiasi forma di prevenzione. Li abbiamo abbracciati, stretti forte e giocato con loro e a loro abbiamo portato quel contributo che magari potrà consentirgli di vivere un po’ meno peggio.

Prima di lasciare il Togo una piccola storia ci ha tutti un po’ sconvolti. Durante la visita all’orfanotrofio avevano conosciuto una ragazzina di 14 anni, incinta (padre sconosciuto) che potenzialmente avrebbe potuto partorire di lì a due mesi (in Togo non esistono le ecografie…). Una dottoressa del nostro gruppo aveva manifestato il desiderio, qualora fosse stata una femmina, di chiamarla Camilla in ricordo della sua giovane figlia, prematuramente scomparsa. La mattina del trigesimo di Camilla (italiana) è nata Camilla del Togo. Non potevamo non andare prima di arrivare all’aeroporto, all’ospedale, dove abbiamo trovato Celestine adagiata su quello che dovrebbe essere un letto con a fianco un fagotto contenente Camilla, nata dopo che la mamma alle 3 del mattino ha percorso a piedi un paio di chilometri prima di arrivare all’ospedale. Celestine appena ci vede, si alza, prende Camilla e la mette tra le nostre braccia. Che emozione! Sono passare solo 7 ore dal parto, il tempo è tiranno. Foto. Baci. Abbracci. Ma dobbiamo ripartire.

All’aeroporto di Lomé ci controllano una decina di volte in maniera ridicola. Vediamo l’aereo. L’avventura è finita, per il momento… Dal nostro rientro ci siamo già ritrovati varie volte. Il nostro intento è quello di portare la corrente, quindi un pozzo, quindi l’acqua, quindi la vita nella nuova missione di Akptamé. Stiamo organizzando la raccolta dei fondi necessari e l’organizzazione tempestiva del container che porterà tutta l’attrezzatura per realizzare i nostri progetti. Posso dire che il mio primo viaggio in Togo è stato drammaticamente bello. Là siamo considerati come dei salvatori, ma sinceramente non mi sento minimamente tale. Gi abitanti che hanno potuto beneficiare delle scuole, delle chiese, dei dispensari e dei pozzi d’acqua realizzato da coloro che mi hanno preceduto dicono che per loro è finalmente arrivata la vita. Il nostro superfluo potrebbe essere la loro sopravvivenza. Io, nel mio piccolo, ho provato a portar qualche cosa e, con altrettanto impegno, proverò a portare avanti questo progetto di vita in Togo.

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